9 maggio 2011

Il campionato finisce...e la metafora del calcio viene sempre in aiuto al Manager.

Pubblico con piacere questo articolo scritto dopo la figuraccia agli ultimi mondiali della nostra nazionale, in considerazione che il campionato di calcio si avvia alla fine ed è sempre frutto di spunti interessanti per il manager. 
Se è vero com'è vero, che le sconfitte di oggi possono diventare le vittorie di domani nel momento in cui servono ad imparare qualcosa, la squadra di Lippi eliminata come ultima del girone, ed alcuni suoi meccanismi di cui siamo stati spettatori, possono essere utilizzati come un'ottima metafora di quello che è il nostro paese oggi. Soprattutto se guardato dal punto di vista manageriale.  
Iniziamo da quelli che non sono stati convocati. Sia chiaro, ogni manager ha il diritto/dovere di scegliersi la propria squadra, e siccome l'Italia è terra di 60 milioni di Commissari Tecnici non entro neanche sullo scivolosissimo terreno di chi doveva essere portato in Sudafrica  e chi no. Ma una cosa mi ha colpito  dei commenti degli esclusi: tutti, ma proprio tutti, hanno dichiarato che non hanno la più pallida idea del perché non sono stati chiamati. Non gli è stato detto nulla, non sono stati chiamati e basta. Ora questo ci dice cosa? 
Ci conferma che il meccanismo del feedback è ancora uno sconosciuto nella nostra cultura. Che questo strumento fa un'enorme fatica a entrare nella nostra quotidianità come elemento da utilizzare per la crescita delle risorse.  Il punto non è, ripeto, chi si sceglie o chi si lascia a casa, ma bensì il fatto che se, a coloro che non sono stati selezionati ma che comunque fanno parte del patrimonio di risorse che il paese ha a disposizione (vogliamo esagerare? chiamiamolo il pool dei nostri talenti) non viene spiegato cosa gli manca e, quindi, cosa possono/devono fare per colmare il gap che gli consentirebbe di entrare nel giro più importante, inevitabilmente priviamo questo talento della possibilità di maturare e, magari, sbocciare domani, nel nome della miopia del risultato di oggi, e contemporaneamente l'organizzazione più ampia (in questo caso il Paese) della possibilità di disporre di un pool ampio di risorse qualificate da cui pescare nel tempo. Non basta dire "ci sarà tempo", perché equivale a procrastinare lavandosene le mani e rimandando il problema a chi verrà.
Altro punto, Lippi ha sempre detto di credere nella squadra, alle volte ha anche cercato di utilizzare la creazione  di un nemico esterno (ora i giornalisti, ora i politici) per cementare il gruppo e creargli una sorta di voglia di rivalsa personale alla stregua del migliore "ora ti faccio vedere chi sono io!". Ma la realtà è che alla fine ha usato solo il cuore (e certo gli va dato atto della generosità di questo gesto) ma ha completamente trascurato il cervello. La passione da sola, senza un'analisi razionale ed approfondita, non basta mai, ci fa continuare ad essere o troppo romantici, o troppo annebbiati, o troppo testardi o, peggio, chiusi. E qui si riconosce un altro dei punti deboli di alcuni dei nostri manager: pensare che basti dire che siamo un Paese di creativi, la nostra riluttanza alla pianificazione, la quasi incapacità di fissare per sé e per gli altri degli obiettivi e il quasi fastidio di controllarli strada facendo. 
Un esempio? Siamo onesti, per quanti dei nostri manager, ancora oggi, il performance management è un sano rompimento di scatole? E da dove parte il performance management se non dal fissare obiettivi concreti e misurabili?  Come diceva un mio vecchio amico: se non sai dove andare qualsiasi strada va bene...
Terzo punto. La regolare e costante sottovalutazione dell'avversario, del mondo esterno, ancora peggio se di tratta di mondo nuovo. Nuova Zelanda, Slovacchia, Paraguay (le squadre del girone che abbiamo incontrato e che ci hanno fermato) dalla maggior parte del paese considerati alla stregua di pellegrini rispetto a noi "che abbiamo il blasone" e che invece, con una maggiore organizzazione ci hanno fatto fare, regolarmente, la figura dei fessi. E questo modo di fare è tipico di quella cultura che porta molti di noi ad abbracciare quella scuola di pensiero che ha trovato un giorno la sua essenza in uno striscione esposto allo stadio: "Quando voi eravate ancora sugli alberi, noi eravamo già froci!." Appunto.
Quarto e ultimo punto e che, in qualche modo, chiude il cerchio con il primo: questo continuo fare affidamento sui vecchi, su quelli fidati, sui collaudati, sui docili, su quelli che si pensa di poter controllare, salvo poi accorgersi nel momento in cui la realtà chiama (perché la realtà chiama sempre prima o poi...) che questi non si reggono in piedi, che non tengono il passo di avversari più giovani e  affamati. La nostra riluttanza endemica a relegare i giovani a ruoli di eterna comparsa.
Certo, le fotografie, o per lo meno questo tipo di fotografie, servono a qualcosa nel momento in cui indicano una strada diversa verso un futuro migliore, diversamente, sono polemica, e quindi a noi che abbiamo il privilegio, l'onore e l'onere di poter influire positivamente, come uomini e donne di Risorse Umane, sul management delle nostre azienda, spetta il compito di prendere la leadership su questi temi, e aiutare, spingere, stimolare, guidare il cambiamento.
Perché se le conseguenze delle mancanze del "sistema Lippi" (passatemi il neologismo) sono immediatamente visibili e dolorose come una ferita che sanguina, le conseguenze di questo stesso tipo di superficialità su di un sistema paese o su di una azienda sono più sotterranee e pericolose, ed agiscono sotto pelle, minando le basi della crescita, proprio come fa un tumore.
E se da una parte c'è solo in gioco la quinta stella su di una maglietta da calcio azzurra, dall'altra c'è in gioco il nostro presente e, vista la velocità a cui va il mondo di oggi, il futuro prossimo nostro e dei nostri figli. 
Perché, come disse il Barbaro Brenno riscuotendo il suo riscatto dai Romani, "vae victis". Guai ai vinti. Alè!

13 febbraio 2011

Y Generation - Miti, Comportamenti & Bisogni

Iniziamo il percorso della nostra semina HR per il 2011 con uno sguardo sulla famigerata Generazione Y (i nati dal 1982 in poi per capirci). Chi ha avuto modo di selezionarli o di lavorarci assieme sa che il challenge è uno di quelli tosti, ma non per questo non va affrontato, anzi.

Certo, il seme è uno di quelli che, una volta piantato, darà i suoi frutti in là nel tempo (e non è forse anche per questo che si piantano ancora oggi piante di ulivo?) ma forse alcuni di questi frutti sono di più immediato raccolto di quello che si potrebbe pensare.

Interessante sia la ricerca dettagliata che trovate sul link dell'Università inglese di Ashridge, vale la pena di darci un'occhiata, così come il video che trovate qui sotto, 4 minuti di sorprese.

Cliccate sul Link e, come al solito, vi si aprirà un mondo...

12 dicembre 2010

Costruire l'HR Capability per il 2011


Ci siamo, arriva la fine del 2010 e per l'HR arriva il momento di ragionare sui piani del 2011. Da oggi allora iniziamo a piantare una serie di piccoli semi che, mi auguro, saremo capaci di far crescere l'anno che viene.
E già, perché fra tutte le funzioni affrontate quest'anno, il messaggio più forte che ho ricevuto (e che è poi uno dei motivi ispiratori della nascita di questo blog) è che c'è un disperato bisogno per la funzione HR di costruire la propria capability per aiutare il business ad affrontare le sfide del domani. E poiché molte di queste sfide oggi non hanno ancora forma né noi abbiamo ancora una reale idea di a cosa assomigliano, proviamo assieme a definire un probabile scenario futuro per l'HR:

- Gli HR Business Partners collaborano con i leader del business nell'elaborazione della strategia e guidano lo sviluppo di quelle competenze chiave che servono alla sua realizzazione.
- La fornitura dei servizi HR è segmentata e guidata secondo criteri effettivi di creazione del valore assegnati poi a persone e team competenti.
- Supporto alla creazione di una teconologia di livello che consenta interazioni tra i dipendenti e l'azienda più efficaci, e guidate dai dipendenti stessi in modo da "liberare" ore essenziali che possono essere re-indirizzate in modo più efficace verso quella parte della forza lavoro più critica.
- HR guida la fase di attrazione, coinvolgimento e schieramento globale degli specialisti, e dei talenti in grado di saper cambiare realmente la partita, magari per aprire nuovi mercati o influenzare in modo positivo l'azienda.

30 novembre 2010

Una Targa per la Scrivania del Leader

Come leader  (la qualità più richiesta agli HR oggi) che cosa ci vorreste vedere scritto su una targa che potreste farvi regalare a Natale dal vostro team, per appenderla sul muro o metterla in bella mostra sulla scrivania?


Sono anni che colleziono ed analizzo frasi di questo tipo. Mi hanno sempre intrigato, alcune di loro sono diventate un ispirazione anche per me. L'America è piena di storie di gente partita come lustrascarpe e poi diventata multimilionaria. Uno di questi, W. Clement Stone, deve il suo successo a 3 parole: Do It Now. E voleva che ogni persona che lavorava per lui le avesse sempre davanti a sé. Eccovi allora le mie top 14.

1. “Si può fare!” —Ronald Reagan sulla sua scivania nella Stanza Ovale.
I leader sono ottimisti, positivi, energetici e Reagan era conosciuto per la sua capacità di esprimere idee in un modo chiaro ed eloquente.

2. “Niente Lagne” —CEO, Southwest Airlines.
Le vittime in genere si lamentano ed incolpano gli altri. I leader alle volte possono scoraggiarsi, ma non indossano mai i panni della vittima.





3. Bill Gates ha una foto di Henry Ford nel suo ufficio. Ma ce l'aveva per ricordarsi di non comportarsi mai come Ford, uno che ascoltava poco i suoi clienti e che diceva: "Any customer can have a car painted any colour that he wants so long as it is black."





4. “I dollari cominciano qui!” —Donald Trump, sulla sua scrivania. 
I leaders vedono le opportunità ed agiscono. I non-leader contemplano solo lo status quo e se ne stanno fermi. 

5. "Sii conciso. Sii Brillante. Sii Veloce" — CEO, Twist Image.
I leader che sanno essere chiari e concisi risultano più credibili e più brillanti. 

6. “Inizia a Parlare e Lavora” 
Avete letto bene, i leader passano una significativa quantità del loro tempo a parlare e ad ascoltare le persone. Sollecitare, proporre, incoraggiare, vendere, mettere in dubbio, ascoltare, esplorare e scavare a fondo.





7. "Un designer sa di aver raggiunto la perfezione quando non c'è più nulla da aggiungere, ma anche quando non c'è più nulla da togliere."—Antoine de Saint-Exupery”—Sulla scrivania di Michael S. Hyatt, CEO, Thomas Nelson Publishers.
I leaders rimuovono le cose inutili, così che le grandi idee possano risaltare.

8. Hatim Tyabji, Presidente e CEO di VeriFone — sul muro del suo ufficio ha un poster costituito da dodici parti, ognuno con una foto di un setter irlandese. Nelle prime 11 foto c'è il cane in piedi che non risponde ai comandi di star seduto. Nella dodicesima foto, il setter irlandese si siede. ""Bravo cane" c'è scritto sotto.
Hatim sostiene "Questa è l'essenza della leadership. Non mi demoralizzo quando dico 'seduto' e nessuno mi dà retta. Continuo solamente a ripetere il messaggio. I leader devono essere chiari, consistenti e ripetitivi. Continua a ripetere il messaggio fino a che viene resta impresso."

9. “Sii Realista, chiedi l'Impossibile” 
I leader sono gente che pretende! Si aspettano di più di quello che gli altri pensano sia generalmente possibile. Credono che la maggiorparte delle persone hanno abilità e talenti sotto utilizzati.





10. Battiti per l'Eccellenza. Jim Stovall Presidente del Narrative Television Network.
Fotografie con dedica di Frank Sinatra, Mohammad Ali, Albert Pujols, Ted Turner, Donald Trump sono alle spalle della scrivania di Jim che dice, “Queste sono persone con cui ho lavorato e che rispetto. Guardarle mi ricorda di battermi sempre per l'eccellenza.”

11. “Una scrivania è un posto pericoloso da cui guardare il mondo.” John le Carré  —Placca nell'ufficio di Louis V. Gerstner, CEO of IBM. 
Vedere un problema, toccare la parte, parlare direttamente con i collaboratori ed i clienti ti regala una visione della realtà che non otterrai mai restando seduto alla tua scrivania. La gente vuole vedere i loro leader coinvolti in prima persona.

12. “Solo perché ha funzionato una volta, non vuol dire che funzionerà di nuovo!” —Scrivania di Shaun Coffey, CEO, Industrial Research Ltd., Nuova Zelanda.
“Ogni situazione è diversa, e questo è vero in modo particolare quando si ha a che fare con il cambiamento. Un intervento che ha avuto particolarmente successo in passato, può non funzionare in una nuova situazione. Può darsi poi che non funzioni neanche se riutilizzato nella stessa organizzazione, perché nel frattempo le persone sono cambiate. Continua a modificare le tue tattiche, mantieniti attento su come reagiscono le persone. Agisci da diverse angolature. Cerca sempre segnali che ti indichino che qualcosa non funziona, e tenta un approccio diverso - non rimanere affezionato alla tua solita modalità operativa.”

13. "E' sempre il tempo giusto per fare la cosa giusta." Martin Luther King Jr. —Placca sul muro di Michael Jansma, Presidente GEMaffair.com.

I leader lottano costantemente per i loro valori e per le cose in cui credono. Non è una di quelle cose "da una botta e via". 



14. “I Leader dovrebbero essere capaci di Sopportare la Solitudine, Resistere alle Critiche, Affrontare il Dolore, Dire la Verità, e fare la Cosa Giusta" Max DePree —Placca nell'ufficio di Brian Morehouse, coach di basket Hope College.
Brian sostiene, “Questa frase contiene tutto quello a cui un leader deve prepararsi nell'affrontare una giornata in termini di coraggio, integrità, focus e perseveranza.
Come si può ricavare da queste frasi, i leaders hanno un atteggiamento positivo e "can-do". Sono ottimisti e credono ci sia del talento nascosto in ogni essere umano. Il loro entusiasmo crea energia ed eccitazione, alle volte possono avere dei momenti di "down", ma non interpretano mai il ruolo della vittima, si assumono sempre la loro responsabilità. Hanno fiducia in sè stessi e nelle persone attorno a loro. A guardar bene queste frasi parlano di:

 Atteggiamento

 Comunicazione di Grandi Idee

 Cambiamento dello Status Quo 

 Definire gli Obiettivi

 Affrontare i Problemi - Prendere Decisioni 

 Agire - Far Accadere le Cose





 Vivere i Propri Valori




E voi, ci avete mai pensato ai vostri "guiding principles"? Alle volte converrebbe mettere da parte lo scetticismo e prendersi del tempo a pensare cosa possiamo fare per continuare a migliorare. Buon lavoro.

21 novembre 2010

Qualche grattata di tartufo

Una delle cose che mi ha sempre lasciato a bocca aperta è la tendenza che hanno i giornalisti di certe riviste  a recensire i ristoranti più alla moda attraverso le proposte dei loro menù. E allora finisce che ci ritroviamo con frasi come questa, ripresa fedelmente da un settimanale di informazione: 
"Perfettamente equilibrata l'insalata di trota salmonata al pepe e verdure, cui fa da controcanto quella di coniglio e, in stagione, di funghi. Con qualche grattata di tartufo il costo sale (ma fin qui la stagione non è delle più feroci)...”. Ecco allora un menu di due portate:
1°_ quando il tuo capo ti propone una promozione e te la vende con tutto sé stesso, ti manda all'estero dove finisce che devi riportare a quello che oggi è un tuo collega, a tutti gli effetti pari grado, e tu accetti con la consapevolezza che sì, è uno step back, ma lo accetti pur di levarti di torno da quel contesto dove hai lavorato una vita, ma che ormai non senti più tuo. Insomma, viene da chiedersi come descriverebbe il critico di cui sopra il menù che hai scelto. Probabilmente il Take-Away.
2 _ il candidato è uno di quelli che ‘si fa cadere dall’alto’. Dopo una prima forte manifestazione di interesse inizia a rispondere con lentezza alle sollecitazioni, tira lungo il processo. Più di una volta, visto che ora è un consulente, dice che deve farsi fare i calcoli dal commercialista sul rapporto tra il suo reddito attuale (oggi medio) e quello eventuale da dipendente (che diventerebbe medio-alto). Terminato il giro di incontri ne chiede uno ulteriore per capire i sistemi dell’azienda, vorrebbe poi rivedere le persone con cui dovrà lavorare e alla fine...rifiuta l’offerta. Mi dice che “da qualsiasi parte la giro, c’è qualcosa nel ruolo che non mi convince, ma soprattutto non mi convince il passare dalla consulenza all’azienda." 
“Ma dottore - gli faccio, esausto - non ci poteva pensarci prima? Ma soprattutto non poteva evitare di arrivare all’offerta? In questo modo credo si rende conto da solo di aver fatto perder tempo a tutte le persone coinvolte.” “Eh, si - mi fa - me ne rendo conto e me ne dispiace.” Punto e basta.
Che faccio, lo strozzo? Non posso, poi per telefono mi viene male, ma non mi perdo l’occasione di dirgli che non lascia di certo una buona impressione dietro di di sé. E lui cosa fa? Sentitosi alle strette, forse pentito o spaventato dalla brutta figura, chiama il Direttore Marketing dell’azienda che gli ha appena fatto la proposta e quello che sarebbe potuto essere il suo eventuale capo, che fa? Chiama l'HR e il giorno dopo gli vuole offrire 5.000 euro in più. 
Eh sì, è proprio vero che con qualche grattata di tartufo il costo sale...

14 novembre 2010

La Soprendente Scienza della Motivazione

Se volete che persone performino meglio bisogna dargli delle ricompense, giusto? Bonus, commissioni, incentivi, certo tutto corretto fino ad ora, ma che cosa succederebbe se dovessimo scoprire che i cosiddetti motivatori contingenti - quelli che si basano sul principio del "se fate questo avrete quello"- che hanno funzionato fino ad oggi, non danno più nella realtà i risultati sperati?
Questo è una delle scoperte più forti della scienza comportamentale moderna, ma anche una delle più ignorate dal mondo delle aziende. E infatti esiste una discrepanza tra quello che la scienza conosce e ciò che invece fa il business fa, tra le cosiddette scoperte e le azioni messe in pratica dalle grandi Corporations. 
Se andiamo infatti a guardare il mondo delle aziende, questo tende a basarsi in larga parte sul meccanismo delle motivazioni intrinseche, quello del bastone e della carota per intenderci, che sì ha funzionato benissimo nel 20° secolo, ma sulla cui attualità nel 21° secolo è giusto farci qualche domanda.
I rewards, le ricompense, sono disegnate per farci concentrare sul raggiungimento dell'obiettivo, questo è il motivo principale per le quali vengono utilizzate, ma spesso ottengono il risultato di restringere il focus della nostra attenzione e riducono la vista periferica, quella più ampia, e di certo per i problemi che stiamo affrontando nel mondo di oggi abbiamo bisogno di tutto meno che di una visione limitata al nostro singolo obiettivo.
Una ricerca della London School of Economics, dall'osservazione di 51 studi sui sistemi di Pay for Performance in voga in grandi gruppi multinazionali,  ha rilevato che il sistema degli incentivi finanziari può risultare in un impatto negativo sulla performance generale (questo  il link con il contenuto dell'articolo http://management-issues.com/2009/6/25/research/performance-related-pay-doesnt-encourage-performance.asp)
In sostanza, l'osservazione della fotografia ci dice che buona parte delle organizzazioni prendono delle decisioni sui loro Talenti, e sulle loro risorse in generale, basate su supposizioni, su idee non più al passo con i tempi, non esaminate in profondità o, peggio, basate più sul folclore che sulla scienza. 
Come migliorare allora la perfomance della nostra organizzazione? Innanzitutto bisogna resistere alla tentazione di fare di più di quello che stiamo facendo oggi, di aumentare la quantità delle cose sbagliate che immettiamo nel sistema, di allettare le persone con una carota più dolce, o di minacciarli con un bastone più lungo.
La buona notizia è che c'è un approccio nuovo che la scienza ci propone, un approccio basato sulle motivazioni intrinseche delle persone, sul desiderio di fare qualcosa perché è importante per me, perché significa qualcosa, perché mi piace o mi interessa. 
E questo nuovo sistema operativo può essere costruito su tre elementi:
- Autonomia: la spinta a guidare la propria vita 
- Maestria: il desiderio di essere sempre migliori in qualcosa di importante per noi
- Senso di Scopo: l'anelito a fare quello che facciamo per servire qualcosa di più grande di noi stessi.


Volete saperne di più? Allora date un'occhiata a questo video di Daniel Pink, autore provocatorio sull'evoluzione del mondo del lavoro. Cliccate sul link e, ...godetevi la visione!

7 novembre 2010

Il Leader è il Chief Energy Officer dell'Azienda

Si, avete letto bene, essere il leader equivale ad essere il Chief Energy Officer. Il punto di partenza di questo concetto è che i manager ed i dipendenti condividono la stessa idea sbagliata, folle, ovvero che gli esseri umani operano allo stesso modo dei computer: continuamente, a velocità sempre più spinte, e magari gestendo diversi programmi contemporaneamente. In realtà noi esseri umani siamo disegnati per pulsare. Si, pulsare, siamo più produttivi quando ci muoviamo in modo ritmico tra l'utilizzare ed il rinnovare la nostra energia per soddisfare quattro dei nostri bisogni chiave: fisico, emotivo, mentale (nel senso dell'espressione di sé stessi) e spirituale (il significato che diamo alla vita).
In questa cornice uno degli aspetti fondamentali del ruolo del leader è quello di reclutare, mobilitare, inspirare, focalizzare, dirigere e alimentare regolarmente l'energia di coloro che guidano.
L'energia, dopo tutto, è contagiosa, ed il modo in cui ci sentiamo - come leader -  in ogni specifico momento influenza profondamente il modo in cui le persone che lavorano per noi si sentono. E come loro si sentono influenza profondamente il modo in cui performano, nel bene e nel male. La responsabilità di un leader, dovrebbe essere risaputo, non è quella di fare il lavoro al posto dei suoi collaboratori, ma piuttosto di favorire, in ogni modo possibile, la loro possibilità di dare il meglio di sé sul lavoro ogni giorno.
Pensate un attimo ai capi che avete avuto. Quali aggettivi vi vengono in mente per descrivere quelli di loro che sapevano mobilitare in voi energie positive? Ecco le dieci risposte più comuni da una ricerca fatta negli USA: 
  • Incoraggiante  
  • Ispiratore
  • Gentile
  • Positivo
  • Calmo
  • Di sostegno
  • Leale
  • Risoluto
  • Sveglio
  • Visionario
Se ci fate caso solo tre di queste qualità hanno a che fare con l'intelligenza. Più di due terzi sono qualità emotive - e sono tutte positive. Nessuno dice mai "Adoravo il mio capo quando si arrabbiava come un animale. Mi dimostrava quanto ci teneva a me...". 
Le emozioni negative possono portare ad una azione immediate, ma non ispirano mica le persone a lungo termine. E anche quando si presenta in piccole dosi, l'energia negativa miete molte vittime in azienda.
Quindi l'utilizzo regolare di energia positiva può trasformare un posto di lavoro in pochissimo tempo. Ed in uno studio approfondito di due ricercatori americani, Bruce Avolio e Fred Luthans  su più di duecento studi sulla leadership, solo una qualità tra i leader ha dimostrato di avere, con consistenza, un impatto positivo sui propri collaboratori. Si tratta della capacità di riconoscere il potenziale, anche quello più nascosto che le persone non erano in grado di vedere in sé stessi. Messa in un altro modo. 
I leader migliori utilizzano la propria energia positiva per aumentare la fiducia dei propri collaboratori nelle loro capacità e per alimentare il loro ottimismo e la perseveranza, anche davanti allo stress ed alle inevitabili battute di arresto. 
Questa fiducia dal leader è assolutamente inebriante. E ognuno di noi (se è stato fortunato) sa di che cosa stiamo parlando, perché magari l'ha vissuta con un capo in particolare. Personalmente ho avuto la fortuna di avere capi del genere (aimé devo dire più spesso americani o inglesi piuttosto che italiani), ma oggi vedo con piacere molti manager miei amici - sicuramente più numerosi tra quelli della 'nostra' nuova generazione -  che sanno gestire le proprie persone con calore ed entusiasmo. Il leader guida quindi non solo attraverso le sue azioni, ma anche con il modo con cui ci fa sentire. E non sono i falsi elogi, quelli freddi e senza entusiasmo che le persone cercano, ma piuttosto la semplice riconoscenza per aver fatto un buon lavoro o per uno sforzo aggiuntivo. 
E voi, che tipo di capo siete? Avete il coraggio di chiederlo ai vostri collaboratori? Provateci - è il modo migliore per avere del feedback istantaneo su che tipo di esperienza i vostri collaboratori stanno vivendo con voi. Buona fortuna!
Ma attenzione però, questo non vuole essere un invito al buonismo, nè un'apertura ai fautori del management del 'volemose bene' che poi, dopo la prima fiammata, iniziale si esaurisce per tornare all'interno dei soliti schemi comportamentali. Questo vuole solo essere un invito alla riflessione, al ricordarci che il senso del nostro lavoro sempre di più combacia con il senso del nostro vivere. Ed è dai comportamenti positivi che si trovano energie mobilizzanti. Per gli altri, certo, ma anche per noi stessi.